Come ampiamente annunciato nei giorni precedenti, mercoledì 2 aprile il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha deliberato per una tariffa generalizzata del 10% su tutte le merci importate, con dazi aggiuntivi specifici per ogni Paese. L’operazione si inscrive nell’ambito della politica presidenziale di riorientare il commercio globale e aumentare la produzione nazionale.
In questa prima fase del provvedimento l’industria farmaceutica sembra aver evitato il colpo più duro. La Casa Bianca ha infatti dichiarato che i prodotti farmaceutici finiti non sono soggetti alla tariffazione reciproca.
Sebbene queste importazioni siano esenti dai dazi reciproci più elevati, come quello del 20% sui prodotti europei e del 34% sulle importazioni cinesi, l’industria farmaceutica rimane altamente vulnerabile. L’imposta presidenziale del 10% su tutte le importazioni, con ogni probabilità, avrà importanti ripercussioni nel mondo pharma. Soprattutto nell’ambito della filiera produttiva e nell’approvvigionamento di materie prime, dei principi farmaceutici attivi e dei macchinari di produzione.
Secondo alcuni analisti la situazione attuale non consente ancora di prevedere con precisione l’impatto delle nuove tariffe sulle aziende farmaceutiche, anche in virtù delle loro vaste e complesse reti di produzione che si estendono su più aree geografiche e coinvolgono numerosi fornitori e categorie di prodotti. Tuttavia, è pressoché unanime la considerazione che a pagare il conto più salato saranno le pharma USA con sede nel Paese.
L’associazione di categoria Biotechnology Innovation Organization (BIO) ha pubblicato il mese scorso i risultati di un sondaggio e di un’analisi che hanno evidenziato come il 90% delle aziende biotecnologiche statunitensi dipenda da componenti importati per almeno la metà dei prodotti approvati dalla FDA.
Il 94% delle aziende biotecnologiche statunitensi membri della BIO è sicuro di un “aumento dei costi di produzione, se verranno applicate tariffe sulle importazioni dall’Unione Europea”.
Gli Stati Uniti, negli ultimi anni, hanno assistito a un calo della capacità della produzione nazionale e l’implementazione di una politica di re-shoring richiede tempo e personale qualificato. Eli Lilly e MSD si sono già mosse in questo senso.
La pharma di Indianapolis ha recentemente stanziato 50 miliardi di dollari per la ricollocazione della produzione in USA, mentre MSD ha aperto un impianto da 1 miliardo di dollari in North Carolina per aumentare la produzione di Gardasil, il suo vaccino contro l’HPV, come parte di un impegno più ampio di 12 miliardi di dollari in investimenti di capitale negli Stati Uniti. MSD prevede di investire altri 8 miliardi di dollari entro il 2028.